io non mi chiamo miriam

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Non ho mai visitato un campo di concentramento. Non ancora. Sarebbe potuto succedere qualche anno fa a Trieste, ma per visitare la Risiera di San Sabba ci volevano tempo e disponibilità ad accogliere il dolore e io allora non avevo né l’uno né l’altra.
Qualche anno fa, a Praga per la prima volta, più che in qualunque altro luogo — e la città è un vero incanto pressoché in ogni angolo — desideravo andare al quartiere ebraico, visitarne il cimitero. Subito dopo la biglietteria, il primo edificio in cui si entra è la Sinagoga Pinkas e nessun racconto potrà mai rendere l’idea di ciò che si trova e prova là dentro. Intere pareti ricoperte di scritte a mano: suddivisi per luoghi, nomi, cognomi, date di nascita, di morte di circa 80.000 cechi di fede ebraica che morirono nel campo di Terezin. Un monumento alla loro memoria, perché noi possiamo non dimenticare mai quel che gli è stato inflitto.
Il romanzo di Majgull Axelsson è una rarità. E non soltanto perché ben pochi si sono cimentati nel racconto dell’Olocausto in questa forma letteraria, ma perché la protagonista è una bambina rom, Malika, che sopravvissuta ad Auschwitz arriva al campo di Ravensbrück nelle vesti di un’ebrea. E da quel momento in poi, per il resto della sua vita, il suo nome sarà Miriam.
Un segreto custodito nel cuore di cui Miriam non metterà a parte mai nessuno fino al compimento dei suoi 85 anni, quando riuscirà a trovare il coraggio e la forza per raccontare la propria storia alla nipote Camilla. Un segreto necessario perché anche nell’accogliente, pacifica e civilissima Svezia del dopoguerra i rom non erano accettati e addirittura fatti oggetto in alcuni casi di persecuzioni violente. Un segreto che segna profondamente l’esistenza di Malika/Miriam, che dovrà sopportare il peso di sentirsi traditrice del suo popolo, della sua lingua, della sua cultura, del suo stesso sangue.
C’è un Olocausto nell’Olocausto nelle pagine di questo romanzo.
C’è il tentativo di portare luce sulla storia di un popolo che ha vissuto sulla propria pelle l’abominio della deportazione, degli esperimenti mengeliani, della denutrizione, della tortura, della morte nelle camere a gas esattamente come è accaduto a milioni di ebrei, ma in un silenzio che è durato ben oltre la chiusura dei campi, il processo di Norimberga, lo svelamento e la condivisione dell’orrore. Che dura ancora ora.
C’è una volontà estrema di sopravvivere in Malika.
C’è una volontà estrema di vivere in Miriam.
Majgull Axelsson è una grande scrittrice, capace di dare forma a una storia che si poggia sulla realtà della Storia, alternando i piani del racconto attraverso tutte le età della sua protagonista, senza risparmiare niente e senza indugiare nella crudezza, lasciando spazio a ogni emozione vissuta e negata, a ogni devastante dolore e preziosissimo momento di gioia. A tutto ciò che connota una vita. Nel bene e nell’estremo Male.

Majgul Axelsson
Io non mi chiamo Miriam
Iperborea

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