Domenica romana

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Prima passeggiata in centro. Dall’ultima sono passati più di tre mesi.

Sole, vento e nuvole di bambagia che corrono. Il cielo all’uscita di una metro semivuota fa stendere le labbra in un sorriso che solo gli occhi possono rivelare. Direzione San Saba, giardino delle rose. Per strada pochissime persone a piedi. Alcuni in bicicletta, altri in monopattino. Ma i posteggi dei servizi in sharing sono pieni di mezzi vari in laconica attesa. L’aria si muove incurante e leggera mentre tutto a terra è immobile. Divisi a metà. I passi che faticano a credere di potersi muovere, l’anima che anela a librarsi libera. Il respiro sotto la mascherina a tratti tossico e affaticato per il caldo. Toglierla è un atto di fede, più che di coraggio. Un paio di boccate d’aria e ritorna adesa al viso.

Il giardino offre ultimissime vivide fioriture e alcune cristallizzate sfioriture. Le persone navigano tra le aiuole alla ricerca di scampoli di bellezza. Un ragazzo suona il flauto traverso accanto alla cancellata, colonna sonora perfetta che induce a godere a pieno di attimi dimentichi della pesantezza degli ultimi infiniti tempi. Dovrebbero pagarlo per stare qui ogni giorno, penso. Dovrebbero ingaggiare un musicista alla settimana, per esibirsi nei gazebo del giardino. Agli Stati generali odierni proporrei questo. Date opportunità all’arte, alla cultura, alla bellezza. O non ci salveremo. Se non sarà il virus a uccidere i nostri corpi, sarà la mancanza della dimensione dello spirito a soffocare le nostre anime. Difficile scegliere di quale morte morire.

Le vie, piccole, grandi, sono silenziose. Al Ghetto, da uno slargo, appaiono due turisti. Nordici, chissà da dove e come possano essere qui, ma senza ombra di dubbio turisti. Mi commuovo a guardarli quasi fossero panda e silenziosamente li ringrazio. Spero siano i primi di molti altri.

Lunga la fila fuori dal mitico forno Boccione. Si entra uno alla volta. Un signore attendendo la moglie va su e giù con il piccolo cane. A un tratto starnutisce e poi di nuovo. La fila si volta e sgrana contemporaneamente gli occhi. Un brivido di terrore percorre i visi. Qualcuno impercettibilmente arretra. Il signore si sente in dovere di maledirsi per essere allergico a qualcosa.

Scendendo verso piazza Venezia la vista di via del Corso atterisce. Un fiume di persone la percorre in cerca di affari o di un ricordo di normalità. Vita di prima, si chiama. Difficile che torni. Meglio che non torni. Sempre che saremo capaci di far meglio. Sempre che ci lascino far meglio. E invece faremo meglio a qualunque costo.

Nelle boutique aperte il personale si aggira titubante negli ambienti vuoti. Soli sembrano al lavoro i bar e i ristoranti con i tavolini all’aperto. Niente folle, ma mangiare e bere in un posto diverso dalle quattro mura di casa mette buonumore. Si rischia più volentieri.

Roma resta incantevole, eppure appare ora potentemente fragile. Le facciate dei palazzi hanno piedi di legno su cui poggiare, opere degli sceneggiatori di Cinecittà. Recupereranno aderenza agli edifici, alle murature, o verranno smontate pezzo a pezzo, per lasciare spazio a una realtà che spero ci venga risparmiata.

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