Bladerunners

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Io non ho visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione.
Non ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannäuser.
Ma ho visto cose che noi umani non avremmo potuto immaginare.
Dovuto invece sì.

Carri militari in lunghe file
Nella notte di una città deserta
Accompagnare altrove bare inseppellibili per esaurimento spazio.

Scenari hollywoodiani concretizzarsi pezzo dopo pezzo
Unità gonfiabili, maschere, tute
Tentativi di schermi contro l’invisibile che attacca.

Daini, capre, tartarughe, balene
Appropriarsi di spazi urbani desolati
Di acque e lidi restituiti ad una primigenia solitudine.

Mia madre sorridermi e mandare baci attraverso il cellulare
Cercando di annientare la distanza e le ore interminabili
Che ancora e fino a quando ci tengono divise.

La condensa che appanna gli occhiali da cantiere
tra le corsie del supermercato
mascherare un pianto che non posso più fermare.

Il prato farsi verde intenso
I fiori del ciliegio sbocciare sotto il sole
I fichi infinitesimi affacciarsi al termine dei rami.

Prostitute in fila alla Caritas disorientate
Senza più soldi per il cibo né l’alloggio
Gli abituali clienti a reinventarsi appagamenti tra mura domestiche sconosciute.

La chitarra di un ragazzo solo su un tetto
A guardia di una città vuota
Le sue note che riempiono una sera perfetta.

Grandi fragili vecchi morire
Senza carezza né saluto
Estreme unzioni di fortuna da laiche mani benedette.

Pietas soccorrerci l’un l’altro
Compassione distendere braccia rattrappite
Amore riaccendere cuori indifferenti.

Gli arcobaleni dei bambini
I loro andrà tutto bene
La fiducia cieca dell’infanzia concentrata in tre parole.

Una donna di Wuhan, dove tutto è cominciato,
Discendere senza corda doppia la facciata di un palazzo
Il rischio della vita preferito a una casa fattasi prigione.

Un uomo pregare in solitudine nella pioggia
Un Cristo in croce sanguinare lacrime
Una Madonna nera stringere al seno il Figlio e insieme tutti noi.

Notti divenire trappole per pensieri infidi
Paure rompere argini faticosamente eretti nel giorno
Mostri dilaniare a morsi anime inermi.

Guardare un passo avanti
Mai più di uno, né la cima
Per avanzare senza che la terra vacilli sotto i piedi.

Volti solcati da fatica e ferite
Straziarsi nell’impotenza, rianimarsi nella guarigione,
cedere a un sonno denso dopo turni estenuanti di lavoro.

Cestini calati dai balconi
Sacchetti appesi fuori dai negozi
Cibo e cura per chi non ne ha.

Tutti questi momenti non andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
Rimarranno incisi sulla nostra pelle,
come i numeri sulle braccia di altri di noi prima.

Peseranno sulle nostre anime e sulla storia.
Segneranno i nostri cuori
Scandiranno ogni nostro passo
Si faranno racconto per chi nascerà poi
Perché anche questo possa non accadere mai più.

Non è il tempo di morire
Troppi hanno dovuto già.
È tempo di risorgere
Di vivere anche per chi non ce l’ha fatta, per tutti quelli che verranno.
Di costruire e non ricostruire
A nostra nuova immagine.

Simona Pagliari ©2020

“The Blade Runners” è il titolo di un romanzo di fantascienza di Alan E. Nourse, del 1974. I diritti sul titolo vennero acquistati da Ridley Scott per utilizzarlo per il film che conosciamo tutti. I Bladerunners erano trafficanti di materiali biomedicali che rifornivano una rete clandestina di medici negli Stati Uniti del XXI secolo, in cui l’assistenza sanitaria era diventata gratuita a patto che chi vi ricorresse si facesse sterilizzare.
Il brano musicale che accompagna la registrazione è “Blade Runner Blues” di Vangelis.

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